Al fine di riconoscere e arricchirsi di quanto già in essere nelle scuole che costituiscono la sua rete, il Cpl ha accolto nella sua progettualità la tradizione decennale del “Coordinamento delle Scuole Milanesi per la Legalità e la Cittadinanza Attiva”  legata alla commemorazione del 23 Maggio. Ricordare le stragi di Capaci (23 maggio 1992) e di via d’Amelio (19 luglio 1992) in cui hanno perso la vita, oltre a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, non è una semplice commemorazione

La ricostruzione storica deve essere gravida di memoria viva che, privata di ogni retorica e di affermazioni di superficiale e generica legalità, deve affermare significati e insegnamenti capaci di trasformare l’indignazione in un sogno concreto di cambiamento. Deve formare e costruire quella capacità di scegliere, quella responsabilità di cittadini che sappiano pretendere l’affermarsi di una società e uno Stato senza mafie e senza corruzione. 

Le due stragi avvengono in un contesto la cui cronologia apre a scenari impressionanti: il 12 marzo fu ucciso l’onorevole Lima, il 27 luglio  venne assassinato l’ispettore Giovanni Lizzio, il 17 settembre venne ucciso l’esattore Ignazio Salvo, il 14 maggio del 1993 scampò per miracolo all’attentato  Maurizio Costanzo, poi il 27 maggio ci fu la strage in via Georgofili a Firenze, il 27 luglio la strage di via Palestro a Milano, nella notte tra il 27 e il 28 luglio scoppiarono gli ordigni  in via del Velabro e a piazza San Giovanni a Roma, il 15 settembre venne assassinato Don Pino Puglisi e nel gennaio del 1994 , solo per un problema tecnico, fallì un attentato ai carabinieri allo Stadio Olimpico di Roma. Con questi attentati Cosa nostra poneva in essere un attacco frontale allo Stato allo scopo di incidere sugli equilibri istituzionali, per ottenere benefici e scappatoie dalla legislazione antimafia vigente.

In sostanza la mafia voleva cancellare la rivoluzione attuata dal Maxiprocesso di Palermo, istruito da Falcone, Borsellino e dal Pool antimafia, guidato da A. Caponnetto, una rivoluzione giudiziaria, ma anche culturale e sociale che aveva messo in discussione la sovranità della mafia in intere zone del paese e il suo storico inserimento in quel sistema di potere, cresciuto in Italia in particolare tra il 1947 e il 1990. 

La storia di Giovanni Falcone, del giudice Paolo Borsellino, del giudice Francesca Morvillo, l’esempio e la dedizione di tanti uomini dello Stato prima di loro costituiscono un’eredità preziosa, di cui dobbiamo fare tesoro e  far conoscere a fondo. Essi volevano creare una liberazione della società dalle mafie e per questo dovevano trasformare lo Stato nella direzione dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge; essi da un lato hanno cercato di agire in profondità, fino alla totale estirpazione di questo fenomeno, hanno operato per la costruzione di una giurisdizione in grado di rendere lo Stato efficiente nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata. Hanno ideato nuovi organismi verticali e orizzontali di indagine, pool specializzati sia nella repressione che nella prevenzione, indagini bancarie e finanziarie, la definizione di nuove leggi sui “pentiti”, sul sistema carcerario, sull’organizzazione della corte di Cassazione, dall’altro lato hanno cercato di operare perché le istituzioni fossero credibili agli occhi dei cittadini. Con il loro agire volevano suscitare speranza, fiducia e partecipazione attiva e questo è stato anche il loro autentico dramma e la loro grandezza, lottare le collusioni tra mafia e Stato e nello stesso tempo rivendicare con forza l’affermazione di un ruolo alto costituzionale dello Stato.   

La peculiarità del loro insegnamento non riguarda solo  gli uomini dello Stato che ne articolano oggi il metodo e l’operato, ma  tutta la società civile e l’impegno educativo degli insegnanti e degli operatori culturali, a partire dalla conoscenza della Storia di questo paese: la scuola milanese ribadisce con forza la necessità, avanzata già in occasione della ricorrenza del 23 maggio 2015 agli Organi Istituzionali, di una revisione degli OSA nelle Indicazioni Nazionali, segnatamente per le discipline storiche, per l’inserimento nel curricolo della storia della mafia, oggi assente , con  conseguenti lacune nei percorsi scolastici e nei libri di testo.

Le Scuole milanesi rinnovano, l’ impegno culturale a formare spirito di cittadinanza attiva e consapevolezza antimafia tutti i giorni dell’anno, nei programmi e nei curriculi scolastici, nelle materie umanistiche e in quelle scientifiche, nel promuovere partecipazione attiva alla democrazia attraverso gli strumenti di rappresentanza nelle scuole, nella convinzione che un vero potente antidoto alla presenza e alla espansione territoriale della mafia è costituito dall’acquisizione della consapevolezza del proprio agire e dal radicarsi del  confine tra giusto e ingiusto, legale e illegale, dal rifiuto e dall’abbandono dell’indifferenza e dell’individualismo, dal contrasto culturale anche della mentalità mafiosa fatto da atteggiamenti e comportamenti di piccola sopraffazione e di affermazione della logica del più forte a scapito di chi non si sa o non si può difendere.

Ricordare infine il 23 maggio vuol dire far rivivere i valori di quegli uomini scomparsi, a partire dalla coscienza di ognuno di noi e dal nostro comportamento concreto, rendendo inospitale l’ambiente a ogni illegalità e alle mafie, significa “allenarci” a guardare in profondità il mondo attorno a noi e continuare sempre a interrogarci sulla verità e sui “misteri” che attraversano la nostra storia.

A cura di Giuseppe Teri

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